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Alguer.itnotiziecagliariPoliticaReferendum › «Dopo Renzi a casa anche Pigliaru»
Red 6 dicembre 2016
Lo affermano Paolo Truzzu e Salvatore Deidda, consigliere e portavoce regionali di Fratelli d’Italia-An, acquisito il dato definitivo del voto sardo al referendum costituzionale del 4 dicembre, che vede i No superare il 72 per cento, il risultato più alto a livello nazionale
«Dopo Renzi a casa anche Pigliaru»


CAGLIARI - «Francesco Pigliaru dovrebbe prendere atto del fallimento del suo operato, ora che a dirglielo sono i tanti No piovuti sulla riforma Renzi e su chi nell’Isola l’ha sostenuta, rassegnando le dimissioni da presidente della Regione». Lo affermano Paolo Truzzu e Salvatore Deidda, consigliere e portavoce regionali di Fratelli d’Italia-An, acquisito il dato definitivo del voto sardo al referendum costituzionale del 4 dicembre, che vede i No superare il 72 per cento, il risultato più alto a livello nazionale.

«Pigliaru ha sostenuto la riforma, si è speso in prima persona durante la campagna per il Sì e l’esito negativo per lui e per il Pd non può che leggersi come una bocciatura della sua posizione degli ultimi mesi e di questi tre anni di politica fallimentare», aggiungono. «Il presidente è stato tante volte assente in Aula e non ha partecipato ad appuntamenti importanti, un esempio per tutti quando ha snobbato l’incontro con i sindaci isolani venuti a Cagliari per manifestare il disagio dei Comuni sardi – ricordano – non è invece mancato a ogni occasione di sostegno della campagna referendaria. La bocciatura di Renzi e perciò la bocciatura di Pigliaru, Ganau e di questa maggioranza in Consiglio regionale».

«Ci sentiamo, invece, di ringraziare proprio quegli amministratori locali che tanto hanno fatto per combattere una riforma che avrebbe ancora di più affossato i Comuni e l’autonomia sarda e i tanti cittadini che abbiamo incontrato in giro per l’Isola durante questa lunga campagna referendaria», concludono gli esponenti di FdI. «Dimissioni e tutti a casa, dunque, ridiamo ai sardi la possibilità di decidere il loro futuro da protagonisti, finalmente liberi dai diktat romani e dagli interessi dell’Unione europea in materia di sviluppo economico, immigrazione e identità culturale».
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