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Alguer.itnotiziesardegnaOpinioniPoliticaIndipendenza o federalismo? La lezione dei catalani
Tonio Mura 1 novembre 2017
L'opinione di Tonio Mura
Indipendenza o federalismo? La lezione dei catalani


Tra i vari cambiamenti che registriamo in questa delicatissima fase storica, quello della conquista dell'indipendenza è uno dei più audaci ma anche uno dei più sofferti. Se la nazione si configura come una unione di popoli affini che vogliono vivere in pace, l'indipendentismo altro non è che il desiderio di uno di questi popoli di separarsi dal patto sociale che lo lega alla nazione. Le ragioni che giustificano tale processo sono diverse ma tutte molto collegate: storiche, sociali, culturali, economiche, politiche. Ripartiamo dalla definizione di nazione: può accadere che l'unione dei popoli che sventolano la stessa bandiera non sia perfetta, o che uno di questi popoli così la percepisca. Capita agli scozzesi, ai catalani e anche a noi sardi, cioè a popoli che hanno subito più che scelto il loro essere integrati o assimilati a una nazione. Per noi sardi addirittura il motivo è a dir poco banale e per niente rappresentativo della volontà popolare: la così detta "fusione perfetta", decisa dagli stamenti (rami del Parlamento locale) di Cagliari e di Sassari nel 1847 con una richiesta rivolta al Re Carlo Alberto, sostenuta anche dallo stamento ecclesiastico di Cagliari presieduto dall'Arcivescovo, più per tutelare gli interessi di una nobiltà in decadenza e di una nascente borghesia commerciale che tardava ad affermarsi che per il benessere dei sardi, che invece mal sopportavano i piemontesi.

Furono però gli stessi fautori della fusione perfetta a pentirsi amaremente del gesto, perchè da li a poco per la Sardegna non si vide alcun cambiamento in positivo, anzi aumentò la pressione fiscale, fu esteso il servizio militare obbligatorio anche per i giovani sardi, crebbe la repressione e il controllo militare del territorio, gli abitanti delle campagne conobbero la fame più nera e nelle città la miseria si toccava con mano. Se prima ci si avvantaggiava di qualche privilegio dovuto alla nostra condizione di insularità (si poteva addirittura battere moneta), da quel momento in poi i privilegi furono solo per quei pochi completamente asserviti al potere sabaudo. Tutto ciò perchè anche l'isola entrasse a far parte del nascente Regno d'Italia, un regno di stampo liberal-massonico e riformista solo per necessità e per frenare il vento del cambiamento che soffiava dopo la rivoluzione illuminista (elementi ben evidenziati ne "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Ad aumentare, sicuramente, fu il numero degli affiliati sardi alla Massoneria (anche contro il dettato di papa Leone XII), come rampa di lancio per future carriere professionali (Università, banche e magistratura), politiche o militari. Ad Alghero, che non si è fatta mai mancare niente, già dal primo ottocento operava l'"Antro di Nettuno", cui seguì la "Giuseppe Dolfi". Molti loro affiliati ricoprivano ruoli di prim'ordine e operarono per "laicizzare" e ammodernare la città (al loro impegno si deve la costruzione del Teatro civico -non a caso a fianco del Palazzo vescovile- e di altre opere pubbliche).

Il passo da allora ad oggi è breve, e dimostra quanto quella che doveva essere "la fusione perfetta" si sia rivelata una vera e propria forma di sottomissione, senza evidenti differenze con il passaggio dal Regno alla Repubblica (1946). Se a questo aggiungiamo la soggezione di tanti politici sardi che si sono succeduti al governo dell'isola (compresi gli attuali), si capisce perfettamente perchè ci troviamo nello stato in cui siamo. Risaltano, in questo percorso di fusione imperfetta, i grandi dibattiti su federalismo, autonomia, indipendenza, autodeterminazione e altro ancora. Tuttavia in questi 170 anni trascorsi da quel giorno, noi sardi non abbiamo mai trovato nè la volontà nè la forza di fare quello che in queste ore fanno i Catalani, e forse una ragione c'è, forse anche più di una. C'è indipendentismo e indipendentismo, e in Catalogna oggi lo hanno capito più di ieri. L'indipendenza va costruita partendo da lontano, e potendo contare su alleanze internazionali forti, in grado di condizionare le scelte politiche locali. Penso alla Slovenia e alla Croazia e ai numerosi riconoscimenti che si sono susseguiti dopo la loro costituzione, in primis quello del Vaticano. Penso all'India di Gandhi e al tipo di credibilità che quest'uomo si era guadagnato a livello internazionale.

Penso al Sud Africa di Nelson Mandela, ai sentimenti di scandalo e di rifiuto dell'apartheid che è riuscito a suscitare nella comunità mondiale. Nel caso specifico della Catalogna invece queste alleanze sono mancate o sono troppo deboli, una sorta di solidarietà tra popoli senza Stato, sicuramente sincera ma non sufficiente. La stessa Comunità europea è mancata, anzi sta remando contro se non addirittura sepellendo la sua politica regionalista. Questa debolezza, sommata ai problemi economici che il percorso intrappreso sta generando, e alla reazione pesantissima del Governo di Madrid, mi fa pensare che forse non era il momento giusto per forzare la mano e promulgare l'impronunciabile, cioè la dichiarazione d'indipendenza della Catalogna dal Regno spagnolo. Già la Scozia aveva fallito un referendum, seppur in altra maniera, rinviando chissà a quando ogni nuova azione volta alla sua indipendenza dal Regno Unito. Di ammirevole c'è il coinvolgimento della popolazione catalana, di chi ha lottato per poter esprimere il suo voto al referendum. Da censurare invece il comportamento del governo centrale di Madrid, che ha impedito il normale svolgimento della consultazione popolare anche con le forze armate, dimostrandosi per niente disponibile al dialogo e difettoso in democrazia, anzi strumentalizzando la rivolta catalana per recuperare in popolarità e consensi.

In Sardegna la lotta dei catalani pro-indipendenza ha rinvigorito i partiti e i movimenti tradizionalmente indipendentisti. Tuttavia, nonostante autorevoli pronunciamenti, anche da noi manca il progetto, che prima di ogni altra cosa è conquistarsi la collaborazione e il sostegno di una buona parte della comunità internazionale che conta. Garibaldi organizzò la sua spedizione dei Mille con il sostegno e i soldi della massoneria inglese, a nord Cavour (altro massone) dialogava con i francesi, a dimostrazione del fatto che anche l'indipendenza dell'Italia è stata costruita guardando oltralpe. Nel nostro caso ci sono da fare anche altre considerazioni, legate a peculiarità che sono solo nostre o quasi. Un lavoratore-dipendente sardo su cinque (20%) lavora nella pubblica amministrazione, è pagato cioè dallo Stato italiano. Il 23% della popolazione sarda è pensionata, il 17,5% dei sardi sono disoccupati (il doppio della media della UE), la forza lavora complessiva non supera il 50% della popolazione, la sanità sarda da sola si mangia il 50% del bilancio regionale. Aggiungiamo che siamo la regione più militarizzata d'Europa e una delle meno industrializzate.

Davanti a questi dati è sempre lecito parlare di indipendenza ma bisogna anche sapere, una volta ottenuta, come si riorganizza il nuovo apparato statale e su quali risorse può contare. Che è anche il problema dei Catalani, i quali però economicamente parlando stanno assai meglio di noi, sono una specie di Lombardia in terra spagnola (anche se sono in atto fughe strategiche di banche, studi professionali, imprenditori ecc.). Perchè con l'indipendenza la popolazione si aspetta di vivere meglio, non certamente di peggiorare le proprie condizioni di vita e di ritrovarsi più povera. Eppure, almeno inizialmente, questo è quello che accadrà, il rischio che i catalani sanno di correre, oltre a quello della repressione spagnola. Siamo sicuri, stante queste condizioni, che davanti ad un referendum regionale per l'indipendenza della Sardegna dallo Stato italiano la maggioranza dei sardi dirà di si? Io non ne sono sicuro. Diverso invece è un patto federalista, quello per cui Emilio Lussu e altri si sono battuti all'Assemblea costituente, quello che ormai non vogliono neppure i leghisti e i berlusconiani del nord, ben consapevoli del fatto che il principio di sussidiarietà e di perequazione sono cardini del federalismo che li obbligano alla solidarietà. Oggi chiedono l'autonomia, e si sono inventati un referendum a dir poco stupido, come chiedere a un ubriaco se preferisce il vino oppure l'acqua!

Il regionalismo europeo aveva e ha una base federalista, cioè riconosce maggiori spazi di autodeterminazione e di autogoverno ai popoli e ai territori che conservano peculiarità culturali proprie (storia, lingua, tradizioni, costume ecc.), pur stando dentro una nazione. Attraverso il patto federalista solo poche competenze rimangono accentrate (ad esempio la forma dello Stato, la politica estera e la difesa, per quanto riguarda la moneta meglio rimanere legati all'euro), mentre molte competenze vengono decentrate e delegate ai governi locali. Qualcosa in questo senso già per noi è accaduto, per esempio con la sanità sarda, peccato che poi a livello organizzativo si continui a scoppiazzare le altre regioni e si arruolino direttori continentali (indicati dalla segreteria romana di qualche partito nazionale) e con esperienze maturate in contesti assai diversi dalla Sardegna. Quanto appena detto dimostra quindi l'importanza, in una prospettiva federalista, di avere un governo locale forte e rappresentantivo delle istanze locali, non quella specie di cosa amorfa che oggi si chiama Giunta regionale, che sta svendendo aree di pregio ambientale ed economico del nostro territorio e non è in grado di liberarci dall'isolamento sia fisico che culturale (manco gli assessori/docenti universitari sono in grado di dare un assetto accettabile alla nostra continuità territoriale).

Ritengo quindi che il vero vento indipendentista sia quello che ci porta ad un federalismo maturo, dove noi sardi siamo liberi di rimodulare tutta la politica fiscale interna all'isola e di attivare la tanto attesa zona franca, per richiamare sulla nostra terra gli investitori che contano e potenziare i nostri porti e aeroporti, oltre a ridare fiato alle nostre piccole e medie imprese di terra e di mare. Tutto questo dentro una cornice europea (sempre che l'Europa faccia l'Europa e non sia serva dei poteri forti già costituiti) e sovranazionale. E tanto per parafrasare Emilio Lussu e commentare l'autonomia che chiedono Lombardi e Veneti, si sappia che l'uno (il federalismo) assomiglia all'altra (l'autonomia), come un leone assomiglia ad un gatto. Per me è questa la lezione che viene dai moti, finora pacifici, di Catalogna. Auguro, non solo al popolo catalano ma a tutti i popoli senza voce e senza rappresentanza, di potersi riconoscere dentro un patto che sappia conciliare gli interessi nazionali con quelli locali, fondato sui principi del federalismo come forma di autotutela delle comunità e di conservazione della pace. Un patto che attende solo di essere scritto.
20:25
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