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Tiziana Costa 21 febbraio 2018
L'opinione di Tiziana Costa
Viste private e sviste pubbliche


"Calabona simbolo del malgoverno urbanistico sardo". Questo il titolo del documento stilato dalla consulta ambiente e territorio della Sardegna, riguardo la concessione per edificare nuovo volume in una delle zone "pregiate" del territorio algherese, il tratto costiero del Calabona a sud di Alghero, sulla litoranea per Bosa. Una zona B3 sul mare, a meno di 300 metri, fino a poco tempo fa intoccabile per edificare nuovi volumi e ora a quanto pare svincolata da tutte quelle norme che, erroneamente definite ambientaliste, sono solo regole comuni di tutela, salvaguardia e rispetto per quei tratti di territorio che vengono definiti di notevole interesse pubblico. Parto da questo concetto, la dichiarazione di notevole interesse pubblico del tratto costiero della litoranea sud di Alghero. Non è una dichiarazione qualsiasi e non è dei nostri tempi, visto che a quel tratto di costa si riconosce dal 1966 con decreto ministeriale questa accezione. Per l'ennesima volta ci troviamo a disquisire di affari pubblici e privati, di viste private autorizzate da sviste pubbliche, perché l'affare pubblico prevalente dovrebbe essere garantito da chi amministra i nostri beni pubblici, soprattutto quando a farlo sono rappresentanti di quell'area politica che da sempre si definisce rispettosa dei beni comuni e delle leggi costituzionali.

E invece quelle stesse leggi che aveva già a disposizione il centro destra, e che lamentava le regole restrittive del piano paesaggistico come responsabile del blocco edilizio, ora sembra non esistano più. Riproponendo come efficace e superiore, rispetto al piano paesaggistico, il vecchio piano regolatore del 1976-84 non adeguato nemmeno alle basilari norme della cosiddetta legge "Galasso". Figuriamo a tutte le altre che si sono susseguite con lo scopo di regolamentare un'attività edilizia fine a se stessa, che non tiene conto delle conseguenze su paesaggio e ambiente. Lo scopo primario di tutte quelle norme fatte successivamente ai disastri che toccarono interi territori italiani, con la motivazione che spesso gli uomini non sanno controllare il loro istinto speculatore e affaristico a danno della collettività. Uno di questi decreti è il 1444/68 quello degli standard urbanistici, attuatore della legge che nel 1967 fu formulata a seguito di eventi calamitosi quali quello di Firenze e l'Arno, Agrigento, Venezia. Quindi non parliamo di leggi dei tempi nostri, visto che io in quegli anni nascevo, ma parliamo di leggi che servivano per controllare gli appetiti degli speculatori che dal piano casa degli anni 50 in poi avevano imposto un modello di sviluppo insostenibile.

Quando leggo e utilizzo per mestiere queste leggi rimango basita della possibilità che abbiamo concesso agli amministratori che si sono susseguiti alla guida del governo del territorio, di non fare ciò che erano obbligati a fare. Cioè di dotare la collettività e il territorio di strumenti efficaci (leggi e piani) per la gestione e l'utilizzo delle nostre risorse, con un occhio al futuro, a chi verrà dopo di noi.
È inutile rammentare come il piano casa sia una norma che regolamenta l'attività edilizia e non urbanistica, e che in qualche modo rappresenti un'escamotage perché non si possono fare più condoni. E invece è un condono preventivo, basta vedere quanto costa utilizzarlo; come una sanzione da condono appunto. Dal 2008, cioè dopo due anni dall'entrata in vigore del piano paesaggistico della Sardegna del 2006, correva l'obbligo per i comuni di dotarsi di Piano urbanistico comunale, cioè di quelli che vengono definiti piani d'attuazione del piano paesaggistico, pena il commissariamento come dice la legge.

Un obbligo quello di dotarsi di un piano in regola, così da poter innestare gli altri piani attuatori definiti piani di valorizzazione, quelli che aprirebbero ai finanziamenti. Invece tra un avvicendamento e l'altro nel governo della Sardegna, tra destra e sinistra ad oggi nessun comune inadempiente è stato commissariato e in più si spaccia come pseudo legge urbanistica un piano casa che da deroga a tempo (2009) diventa strumento continuativo per l'incapacità di fare una vera legge urbanistica che non sia solo viatico della sola e unica idea di sviluppo di certi politici, costruire, costruire, costruire. Tanto per costruire. Se la legge è ingiusta per uno è ingiusta per tutti, se un'autorizzazione è ingiusta per la collettività è ancor più ingiusta per l'uno. Ai posteri mai tenuti in considerazione la facile sentenza. Agli attuali governanti invece è sufficiente la lettura delle motivazioni dell'ultima sentenza della corte costituzionale sul piano casa, dove i giudici rimarcano il valore di strumento economico e sociale del piano paesaggistico e l'obbligo del rispetto della normativa sovraordinata quale è il decreto 1444/68, per ogni intervento Edilizio da piano casa.

Non si possono aspettare altri 20 anni per poter usare la normativa vera ed efficace, come ho dovuto fare io che invece ho dovuto studiarla (per prepararmi al mestiere di pianificatore) e la devo applicare per legge. E se ci chiediamo il perché di tutti i contenziosi legali che noi cittadini dobbiamo pagarci, come privati e come collettività, forse converrebbe partire da questa mancanza di adeguamenti e leggi coerenti e dal lassismo politico, da denunciare come danno economico per tutto il territorio e la sua popolazione. Se tutto è ridotto ad economia diventiamo soggetti economici, e chiediamo tempi certi dell'adempimento alle leggi che regolano il nostro sviluppo. E anche di adeguarle ai tempi ed esigenze della società come prevedono gli stessi piani, in modo da seguire le dinamiche economiche e sociali in continuo cambiamento, tenendo fermi i punti che mirano a garantire i servizi generali, i beni pubblici e identitari e il loro godimento da parte della collettività, e il futuro godimento. Non possiamo solo pensare di lasciare una terra da bonificare. Una buona legge urbanistica dovrà fare di più. Prepariamoci a fare di più.

*cittadina algherese, architetto urbanista.
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