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Alguer.itnotiziealgheroAmbienteAmbiente › Mountain Wilderness: la verità sul Cabirol
S.O. 16 aprile 2018
Ecco la presa di posizione di Mountain Wilderness che ripercorre la nascita della via ferrata del Cabirol a Capo Caccia, nel territorio di Alghero
Mountain Wilderness: la verità sul Cabirol


ALGHERO - Sempre in primo piano la situazione della via Ferrata del Cabirol a Capo Caccia 8Alghero). All'indomani della chiusura provvisoria determinata dalle comunicazioni pervenute dagli Assessorati regionali agli Enti locali, finanze ed urbanistica, sulla base di alcune dettagliate perizie tecniche redatte dalla Commissione del Collegio nazionale guide alpine italiane, dopo puntuali sopralluoghi effettuati sulla via ferrata, ecco la presa di posizione di Mountain Wilderness che ripercorre la nascita della ferrata.

La Mountain Wilderness ha messo a disposizione degli inquirenti in questi giorni, la cronostoria della costruzione della Via Ferrata Cabirol nel Parco Regionale di Porto Conte, Capo Caccia, Alghero (SS). La richiesta di informazioni inviata agli enti, nel 2016 e nel 2017, da parte delle associazioni Gruppo di Intervento Giuridico e Mountain Wilderness aveva messo in luce l’assenza di un progetto depositato presso il Comune e delle necessarie autorizzazioni per la costruzione dell’impianto sportivo. La ricostruzione storica della Mountain Wilderness ha evidenziato come la via ferrata sia stata costruita dopo il 2007 e non prima della nascita del parco e dell’istituzione dell’area SIC (comunque già pSIC dal 1995), come si stava asserendo nei social media e articoli dei principali quotidiani sardi. A dimostrarlo è lo stesso autore della via ferrata, Corrado Conca, con la sua pubblicazione Arrampicare ad Alghero, 2^ edizione 2007. In quell’anno il percorso percorreva solo in parte la porzione superiore della parete ed era in cantiere. Una volta che i cavi e le funi metalliche si arrestavano, era indispensabile per proseguire calarsi più in basso ripetutamente, facendo uso di una corda lunga 70 m che andava trasportata di volta in volta. Il cantiere è proseguito sino al 2010, quando infine il percorso alpinistico è stato allungato di ulteriori 350 m di installazioni fisse, collegando il ripiano superiore con quello inferiore attraverso un abbondante inserimento nella roccia di gradini metallici. Negli anni successivi, sino al 2018, sono stati inseriti ancoraggi permanenti per l’arrampicata sportiva su una parete vicina e fatte ulteriori modifiche alla ferrata, per le quali, in ogni caso, sarebbero state necessarie ulteriori autorizzazioni. E’ questa, dati alla mano, la documentazione raccolta dalla Mountain Wilderness che è stata messa a disposizione degli inquirenti. Per questo impianto sportivo, che si ricorda è un opera di ingegneria civile, non esiste un progetto e neanche un “progettista” ma solo il responsabile della costruzione in una delle aree più protette della Sardegna. Avere realizzato qualcosa non vuole dire obbligatoriamente avere le abilitazioni o le competenze per realizzarla. La progettazione di opere simili viene affidata a un team multidisciplinare di figure professionali in grado di valutare la parte strutturale (ingegneri e geologi) e la componente ambientale (biologi, naturalisti). L’abilitazione ai lavori su fune, che viene rilasciata dal Collegio Nazionale delle Guide Alpine, permette, in caso venga aggiornata regolarmente, solo l’esercizio del lavoro esecutivo come operaio specializzato.
In un caso identico a quello di Capo Caccia, una ferrata abusiva sul Monte Trevine all’ interno del Sito di Importanza Comunitaria “Monte Penna, Monte Trevine, Groppo e Groppetto”, la struttura, pubblicizzata sui social media come per bambini e famiglie, è stata posta sotto sequestro dalla Polizia provinciale con infine la convalida da parte dell’Autorità giudiziaria (Procura della Repubblica di Parma). Ci domandiamo come non si possa tenere conto di quanto già avvenuto per casi identici e delle possibili conseguenze.
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