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Alguer.itnotiziealgheroCulturacultura › Sulla lingua algherese solo elementi di divisione
Enrico Loffredo 14 aprile 2004
L’obiettivo della discussione intorno al nostro idioma morente è quello di proporre, non imporre, una propria cura
Sulla lingua algherese solo elementi di divisione


Ringrazio il Sig. Chessa di aver aperto una discussione su un argomento di cui si solitamente si parla poco e soprattutto in pochi, mi auguro che Alguer.it voglia contribuire a mantenerlo vivo riservando ad esso lo spazio necessario. Da diversi anni ormai l’algherese ha perso quella caratteristica di conquistare gli immigrati in città, costringendoli in qualche modo a comprenderlo ed apprenderlo, per non sentirsi esclusi dal contesto sociale che li accoglieva, non esistono los italians am la cua. Questo fatto ha posto dei problemi nuovi e diversi dal passato, il dialetto non ce la fa più a difendersi da solo ma ha bisogno di bastioni che possano mantenerlo dalle insidie della “modernità”. Dispiace molto vedere che su un argomento, come quello della difesa del nostro dialetto, che in molti, sicuramente i protagonisti di questo dibattito, riteniamo importante e fondamentale, riusciamo solo a trovare gli elementi di divisione. Dobbiamo cercare di sforzarci affinché ciascuno, anche chi non la pensa come noi, possa esprimere la sua opinione ed il suo dissenso verso quella degli altri, con l’obiettivo di costruire e non di distruggere. Credo che le ambizioni siano legittime e non debbano essere demonizzate, esse sono il sale della crescita, anche di quella culturale. Se decidiamo di dotarci di uno strumento esso o è valido o non lo è, non può essere valido solo se lo conduco io e non valido se lo conducono gli altri, si potrà dire che è impiegato male, che si può pretendere di più, ma da questo a non farlo nemmeno realizzare vedendo in chi lo propone ambizioni di chissà quale tipo, passa molta differenza. Nessuno è esente da errori o portatore di verità assolute. Io sono certamente l’ultimo arrivato e non ho presunzioni da intellettuale, mi avvicino a questo argomento in punta di piedi, cercando soprattutto di capire, rendendomi conto di non parlare più l’algherese, ma un’altra cosa, che mi illudo possa servire a farmi capire subito dagli interlocutori catalani ma non è più il dialetto di mio padre e nemmeno il catalano del continente, siamo al paradosso che il pericolo maggiore di perdere la nostra unicità lo corriamo nel momento in cui le distanze con la Catalogna si sono annullate.
Dobbiamo essere tutti consapevoli di stare intorno ad un idioma morente, cercando di proporre, non imporre, una propria cura , ma non troviamo niente di meglio da fare che litigare, non credo che questa sia davvero la cosa più utile. Io penso che sia ora di smetterla, e di mettersi tutti insieme intorno a questo malato per trovare le soluzioni. E’, per certi aspetti, tragico ma evidenzia i limiti degli strumenti autoctoni, che, per far imparare ai nostri piccoli nelle scuole il nostro dialetto dobbiamo ricorrere ad una canzoncina non algherese come “Joan petit quan balla”, ma purtroppo non conosciamo strumenti altrettanto incisivi prodotti dalla nostra cultura locale, e allora benvenute anche le cose copiate, se sono utili allo scopo; nelle scuole dei miei tempi questo non sarebbe stato possibile.
La ricerca continua di obiettivi comuni ma unificanti deve essere quello che dobbiamo ricercare costantemente, è facile litigare, è più difficile mediare posizioni differenti e trovare sintesi unitarie, ma se non lo facciamo siamo condannati. Ancora oggi vedo, purtroppo, una ricerca affannosa di timbri, di omologazioni, su pubblicazioni sull’autentico catalano di Alghero che non vengono apposti nella nostra città ma da entità autorevoli, lontane e, come tali, soggette ad errori anche perché qualche volta in possesso di informazioni non del tutto complete.
Il sig. E. Chessa poneva un problema, in mezzo a tanti, che mi pare interessante. Possiamo pensare di avere nel nostro Comune un ufficio di normalizzazione linguistica che, con i dovuti collegamenti con l’entità di oltre mare, con le università sarde e con coloro i quali operano in città, verifichi, faccia un opera di monitoraggio, arricchisca il nostro dialetto aiutandolo a mantenerlo vivo, sempre con la consapevolezza che la lingua che si afferma è quella viva, quella che si parla tutti i giorni e non quella che si vorrebbe introdurre forzatamente e che poi, miseramente, rimane abbandonata dal linguaggio quotidiano. A me viene la pelle d’oca a pensare che nei corsi dell’Omnium Cultural in città si insegna il catalano normalizzato e non l’algherese e che per lo svolgimento dei corsi si utilizzano le dispense che normalmente in Catalogna vengono utilizzate per l’insegnamento del catalano agli stranieri, non per polemizzare, usate voi il verbo giusto per definire questo. Possiamo pensare che il nostro dialetto possa continuare a vivere ancora a lungo, mantenendo le sue caratteristiche e specificità, senza che attraverso i media, radio tv, giornali, riviste esso venga trasmesso e divulgato, non solo tra un numero ristretto di eminenti e illustri cultori, ma diffuso quotidianamente, in quelli che sono gli spazi che oggi hanno sostituito, come vie di comunicazione linguistica, “les plaças , los carrers, los mercats, les famílias” dei tempi passati? Possiamo pensare che il dialetto si possa difendere oggi, in assenza di una politica linguistica attiva, da parte delle amministrazioni pubbliche, ad iniziare da quella comunale?. Sta per essere avviata la Tv digitale terrestre, penso che una riflessione su questo argomento sia necessaria, per l’opportunità che questo può costituire.
Ecco forse è tempo di avviare un dibattito su ciò che concretamente si può fare, oltre a quello che di prezioso si è già fatto e si sta facendo per cercare di mettere insieme, per un comune obiettivo, le poche forze disponibili ad impegnarsi per evitare una catastrofe, che purtroppo vedo sempre più ravvicinarsi.
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