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Alguer.itnotiziealgheroCulturaPittura › Paolo Piria alla conquista del mondo
Antonio Burruni 4 febbraio 2010
Alguer.it ha intervistato il pittore algherese alla vigilia della sua mostra alla prestigiosa Fandango di Roma
Paolo Piria alla conquista del mondo


ALGHERO – Domenica 7 febbraio, le opere del pittore algherese Paolo Piria, saranno esposte nelle sale della prestigiosa casa di produzione cinematografica “Fandago” di Roma, nei locali davanti al Tempio di Adriano. Alla vigilia dell’importante vernissage, Alguer.it ha intervistato l’artista.

Si aspettava tutto questo successo e cos’è cambiato rispetto a prima?
«Assolutamente no, non me l’aspettavo. È cambiata la visibilità, la possibilità di far federe il lavoro a più persone, e dunque anche agli esperti del settore che hanno apprezzato il mio lavoro. Nell’arte visiva, infatti, una delle condizioni principali è proprio quella della visibilità delle opere».

Spesso, gli artisti affermano che dipingono per se stessi, allora lei per chi lo fa?
«Tutti quelli che cercano di creare una qualsiasi espressione artistica lo fanno innanzi tutto per se stessi. La visibilità delle opere permette la conoscenza del lavoro; nella società moderna sempre più globalizzata dove informazione e immagine sono utilizzate in modo velocissimo, l’arte visiva che si occupa proprio di creare nuove forme di visione, ha nella diffusione di queste, una grandissima alleata. Veda, un artista, certo lavora per se stesso ma se riesce a far vedere il proprio lavoro e sempre meglio ed è sprone per il futuro».

Dove si colloca nell’arte?
«Non mi colloco io. Sono gli esperti d’arte a collocarmi, io cerco di creare il non visto, creo delle avventure visive che cercano di stimolare la percezione dell’occhio, vede ogni giorno siamo bombardati d’immagini, tv, computer, carta stampata, e addirittura i cellulari; all’arte visiva rimane la creazione del non visto di ciò che rimane all’interno dell’anima umana e nella registrazione dell’essenza umana stessa, d’altronde è quello che l’arte ha sempre fatto».

Come mai le sue opere, principalmente, sono dei dittici?
«Perché cerco di unire e di far coesistere in un’unica opera, la forza del colore nella bidimensionalità con aggiunta del segno, e del dripping, con la tridimensionalità della materia utilizzando materiali di recupero e quant’altro senza però mischiare i due elementi, ma avvicinandoli, compenetrandoli facendoli coesistere, creando una composizione appositamente razionale che faccia da contrappunto alle due espressioni (coloristica e materica) che invece sono prettamente gestuali e istintive, equilibrando per quanto possibile il tutto».

Per l’utilizzo del sacco di juta, che spesso appare nelle sue opere, gli esperti sottolineano come lei ricordi Burri.
«Innanzi tutto mi sento onorato di quest’accostamento a uno dei maggiori pittori del secolo. Ma in realtà la motivazione che mi spinge a usare spesso la juta è l’esigenza di avere una materia malleabile che mi permetta di enfatizzare la tridimensionalità, un concetto totalmente diverso da quello di Burri».

Guardando le sue opere, due degli elementi che impressionano di più lo spettatore, sono la luminosità e la forza dei suoi colori. Come riesce ad ottenerle?
«Ho sempre amato la chimica ed ho lungamente sperimentato da quando ne ho memoria l’utilizzo del colore, usando oggi più di prima, materie di primissima scelta, pigmenti e leganti, per esempio il mio blu oltremare è ottenuto con vero lapislazzuli finemente macinato e utilizzato con leganti appropriati. Tutto questo procedimento che non è altro che il riutilizzo degli antichi segreti dei maestri del passato, che realizzavano i colori da soli utilizzando il meglio senza compromessi, mi permette di avere nei colori un’altissima rifrazione alla luce. Purtroppo tutto questo oggi si è perso, infatti, molti pittori contemporanei non solo non utilizzano il colore ma neanche il pennello!»

L’arte può aiutare a comprendere e ad affrontare il futuro?
«È importante puntare sulla valorizzazione delle risorse umane: istruzione, formazione, ricerca, in questo campo è compresa la creazione artistica-culturale. L’evoluzione umana, il progresso, porta sempre più a considerare le produzioni immateriali; non contano solo i prodotti, ma anche e soprattutto i servizi, pensiamo a come continueranno a crescere i consumi di audiovisivi, legati alla televisione e a internet. Si ritiene che l’Italia non possa essere competitiva nella produzione di manufatti perché il costo del lavoro in Cina e in india è infinitamente inferiore. Questo presuppone che noi dobbiamo estrarre capacità maggiori dalle risorse umane, ovviamente anche nella creazione artistica in senso più stretto».

Allora lei crede che sarà la creatività a trionfare?
«Secondo me il futuro sarà caratterizzato da società che nei prossimi decenni diventeranno intrinsecamente creative, il prossimo sarà il secolo della creatività e dell’essenza umana, dell’arte».

E l’Italia che parte potrà recitare in questo prossimo futuro?
«L’Italia ha, e soprattutto il mondo lo sa, un’eredità culturale tra le più importanti. Veda, non è una battuta quando si dice che il petrolio dell’Italia è l’arte e la cultura, tutto sta nel saperla valorizzare. Faccio un esempio, immaginate la musica rock, un espressione della cultura anglosassone europea occidentale, che si è diffusa alla velocità della luce in tutto il mondo. Insomma oggi le espressioni dell’ingegno non hanno più barriere, e l’Italia ha da divulgare un patrimonio di creatività immenso».

Quali sono le sue preferenze artistiche?
«Il Rinascimento nell’arte, ha rappresentato il momento più alto, non solo in quella italiana ma anche in quella mondiale. Quella contemporanea invece è molto avvincente, la amo, perché il suo sviluppo ci indica dove stiamo andando, è una spia delle situazioni anche negative dell’evoluzione umana».

Che cosa significa per lei “vedere”?
«Vedere è chiudere gli occhi. Poi ci sono altre considerazioni da tenere presente».

Cioè? Ci faccia un esempio.
«Bisogna sapere che tutto ha un senso, in ogni cosa è presente l’eternità, in due parole ci può essere l’universo intero, l’impercettibile pervade tutto».

Che cosa è per lei l’ispirazione?
«M’interessa tutto ciò che è generalmente ignorato, anche nelle piccole cose da tutto si può trarre ispirazione».

In quale misura entra la gestualità nel suo lavoro?
«L’inconscio ha un ruolo importante: è il mio specchio,è una delle mie guide, uno dei miei autentici maestri».

Che cosa pensa dell’esigua presenza internazionale di artisti italiani?
«In Italia l’esigenza e la capacità di esportare talenti si sono fermate con la transavanguardia cui è seguito un vuoto storico e culturale. Infatti, la grande intuizione di Bonito Oliva (e ancora prima del futurismo) è stata quella di creare un movimento che accomunasse diverse espressioni della medesima identità. E’ difficile che molti artisti emergano penalizzati dal proprio individualismo (me compreso). Ed è altresì difficile espugnare l’ultimo baluardo di un’arte contemporanea mondiale: gli stati uniti che trovano legittimazione solo attraverso il proprio mercato».

Lei crede che l’arte sia dunque un bene rifugio?
«La fortuna di galleristi e mercanti, è che l’arte sia diventata “Il” bene rifugio più importante in un momento di profonda crisi della borsa e del tracollo della finanza in genere».

Dunque basta comprare opere d’arte per diventare subito ricchi?
«L’arte è si un investimento, ma a medio e lungo termine, quando si tratta di qualità. Chi ha comprato Damien Hirst nel 1990 ha dovuto aspettare quindici anni, ma ha raccolto considerevoli frutti! Creare un patrimonio è diverso dall’investire in un’opera d’arte e rivenderla dopo poco tempo».

Che cosa è per lei la bellezza?
«Non lo so ancora, sto cercando. Certo è qualcosa che mi fa respirare e vivere, che da speranza, che ti spinge ad andare avanti».

Come vive l’arte?
«L’avventura dell’arte è entusiasmante e avvincente, non sai mai che cosa sarà e cosa devi affrontare, questo è il suo fascino e la sua maledizione. Ma è favoloso vivere e misurarsi con tutto questo».

Che cosa si aspetta dalla vita adesso?
«Mi aspetto e spero di poter continuare a lavorare, cercare di poter creare sempre opere nuove».

Nella foto: Paolo Piria
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