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Enrico Muttoni 2 ottobre 2014
L'opinione di Enrico Muttoni
Il giallo del bidone giallo


Molti di noi hanno utilizzato, nella convinzione di fare dell'elemosina, uno di quei cassonetti gialli per la raccolta degli indumenti e della scarpe. Si é saputo che, come é scritto sul cassonetto, "gli oggetti in buono stato d'uso verranno riutilizzati". Quasi tutti, perché nessuno, immagino, dį in elemosina indumenti danneggiati o inservibili, o stracci (eravamo convinti che fosse la Caritas a gestire la cosa). Indumenti e scarpe vengono invece rivenduti in qualche mercatino, in Italia o all'estero. Da questo commercio qualcuno, dunque, ne ricava un utile: che proviene dal raggiro della buona educazione dei cittadini e dallo sfruttamento di coloro che selezionano il materiale.

Ora, se questo tipo di recupero segue una logica merceologicamente accettabile, é molto meno accettabile che qualcuno guadagni sfruttando l'inconsapevole collaborazione dei cittadini (ai quali si chiede, oltre al conferimento, la pulizia ed il confezionamento di indumenti e scarpe), del lavoro semi schiavistico dei selezionatori e la commercializzazione in nero. E se comunque questo processo fosse in grado di generare un utile, quest'ultimo dovrebbe ritornare ai contribuenti, e non ai privati, che gestiscono un servizio, non un'impresa, a rischio zero. Tutta la raccolta differenziata segue oggi, con modalitį che variano secondo le tipologie di rifiuti, la medesima logica.

Che vuole che il cittadino selezioni il rifiuto, addirittura pulendolo, o portandolo all'ecocentro. Un'attivitį comunque ridotta, ma che richiede tempo e danaro, che restituisce al rifiuto un piccolo valore che non aveva. Valore piccolo o nullo per i singoli, ma grande per i gestori, che ne ricavano un utile. Ora, se questo utile tornasse agli utenti, sarebbe la giusta chiusura del ciclo. Invece, va ai signori dei rifiuti, che si fanno rimborsare dai comuni i costi di smaltimento, rivendono il selezionato, e fatturano le loro prestazioni. Ecco perchč la differenziazione, fatta lontano dai centri di lavorazione, é una fatica inutile che sfocia in un imbroglio, soprattutto in una regione dove la popolazione é dispersa su un vasto territorio, e l'industria é ferma.

Tutto il sistema dei rifiuti urbani, raccolta, trasporto, trattamento e recupero/smaltimento, infine, é da rivedere: ma lo strabismo, congenito o indotto, impedisce a chi di dovere di osservare la realtį. Realtį che rivela che, in questa situazione, affidare il ritiro RSU ad una municipalizzata non č un'ipotesi da scartare, anche se non priva di incognite. Il povero cittadino contribuente sa, per esperienza, che la gestione privata dei rifiuti, qualunque cifra costi, verrį fatta con la lesina: ogni dipendente in meno, ogni macchina operatrice in meno, costituisce un utile aziendale in piś.

La gestione pubblica, qualunque cifra costi, non resisterį alla spinta clientelare per la distribuzione di posti di lavoro: ogni dipendente in pił, ridurrį le potenzialitį del servizio. La conclusione é sempre quella, invariabile: il sistema é decotto e nessuno di coloro che lo gestiscono, a tutti i livelli, é in grado di elaborare una critica costruttiva sui sistemi di raccolta, trattamento e smaltimento rifiuti. Non solo, nessuno riesce ad indicare un modello valido, anche perché ogni realtį fa storia a sé; ci si limita a citazioni dogmatiche tipo: rifiuti zero. La sindrome NIMBY (not in my backyard, in italiano taci e paga) continua ad imperversare.
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