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Alguer.itnotiziealgheroOpinioniAmbienteQuale presidente per il Parco di Porto Conte
Luciano Deriu 13 gennaio 2015
L'opinione di Luciano Deriu
Quale presidente per il Parco di Porto Conte


Cambia il Parco di Porto Conte. Le modifiche della legge istitutiva, approvate dal Consiglio Regionale, non sono un tardivo atto di saggezza della politica, ma un atto imposto da un preciso vincolo della legge Severino che stabilisce l’incompatibilità tra politici e dirigenza delle partecipate pubbliche. Un ritorno alla stesura originaria della legge che recupera solo in parte uno stravolgimento voluto dalla Giunta Comunale di Alghero. La legge originaria prevedeva inoltre il coinvolgimento di più soggetti territoriali e includeva le zone agrarie della Nurra. Il Comune di Alghero fu pronto a racchiudere l’intera gestione al solo Consiglio Comunale, mentre le aree rurali si sollevarono, ottenendo di essere stralciate dall’area del Parco. Che nacque così monco, privato del suo retroterra produttivo, ridotto ad un Parco a gestione Comunale che chiedeva tuttavia di essere finanziato dalla Regione.

Oggi abbiamo una modifica frettolosa, dettata dall’urgenza di dare un assetto all’Ente, ma limitata dalla mancanza di un allargamento del perimetro del Parco alle zone rurali e dalla previsione di una più ampia partecipazione gestionale. Anche l’introduzione della norma che non prevede retribuzione per la dirigenza potrà creare non pochi problemi. Ma oggi il Parco di Porto Conte ha necessità di ripensare la sua missione. Si chiama Azienda Speciale Parco di Porto Conte. Quel nome lo scegliemmo assieme all’amico Mino Sasso, primo Presidente del Parco, con l’intenzione di rendere chiaro e leggibile un indirizzo: mettere a sistema quel complesso di paesaggi di straordinaria bellezza, non solo come tutela della biodiversità, ma come laboratorio di uno sviluppo sostenibile per l’intero territorio, non ristretto solo a quello algherese.

Oggi abbondano i critici che vedono nel Parco nient’altro che uno stipendificio, ennesimo carrozzone a spese di Regione e Comunità Europea, cioè dei contribuenti. Noi crediamo che non sia così. Crediamo che l’attuale dirigenza abbia lavorato e fatto ciò che poteva, senza avere mai ricevuto alcun indirizzo programmatico dall’Assemblea Civica, vera responsabile dell’Ente. La svolta oggi è ricercare la strada di uno sviluppo locale legato alle vocazioni del territorio, con progettualità inedite, ecologiche e durevoli. Una strada che non manca di prospettive, che può guardare innanzitutto al suo retroterra agricolo (quello che gli agricoltori hanno voluto a suo tempo stralciare e ora chiedono di far rientrare) per costruire insieme programmi e progetti di agricoltura biologica, di cui esistono già numerosi esempi di successo in Sardegna. Può guardare al turismo didattico e all’educazione ambientale, facendola diventare sistematica e residenziale con volumi di presenze paganti che vadano ben oltre gli attuali numeri.

Può coprire il territorio di percorsi escursionistici, segnalati e fruibili, utili a promuovere sistematicamente itinerari nell’intero territorio. Potrà essere una centrale di coordinamento e perfino una fiera e una borsa di iniziative d’impresa e delle start up a carattere ecologico, come si è già iniziato timidamente a fare con la Fiera della Green Economy. Come un’azienda, seppure speciale nel senso di ecologico, il Parco dovrà gradualmente divenire una realtà produttiva, che, seppure supportata in parte da risorse regionali o comunitarie, non viva unicamente di soldi pubblici. A iniziare dalla revisione dei giorni di apertura che devono essere, anche e soprattutto, il sabato e la domenica. Come un’azienda dovrà avere una guida a carattere manageriale. Una guida di esperienza aziendale, capace di sposare la visione ecologica, che sappia coordinare e utilizzare al meglio competenze di settore come quelle ambientali, biologiche, botaniche e geologiche, oltre a favorire la partecipazione di imprese e cooperative che possono nascere nell’ambito di un Progetto Parco.

*Segretario regionale della Legambiente
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